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mercoledì 3 settembre 2008

Arnaldo: Romanzo quasi criminale - Parte I

Gli sbirri gli stavano alle calcagne e i cani poliziotto ringhiavano con furia, cani poliziotto di quelli antidroga, ma che cazzo dovevate vederli, erano strafatti di qualche sostanza stupefacente per essere così incazzosi, con la bava alla bocca e un cazzo rosso che sembrava un peperone, insomma un mix di coca e viagra per "docili" pastori tedeschi.
Arnaldo, che nome di merda Arnaldo, gli era sempre stato un peso portare quel nomaccio, Arnaldo dicevo non si spiegava neanche come c'era finito in quella storia, quella brutta storia; non era la solita vicenda, di piste di coca bianche come la neve, di avanzi di galera che sparano con noncuranza che tanto-la-vita-è-degli-altri-mica-nostra. No, era un'altra cosa, tutta un'altra cosa. Il difficile era spiegare cosa fosse, e appunto, Arnaldo non se lo spiegava.
I piedipiatti ormai l'avevano quasi preso, era questione di poco. Il battito del cuore e il fiatone del fuggiascio, due suoni che imperterriti e senza soluzione di continuità rimbombavano nel bosco, creavano una soundtrack naturale, diciamo che in altri ambiti e situazioni sarebbe stata anche piacevole ascoltarla, magari durante una di quelle sedute corpo e natura, sorseggiando una tazza di te alla mela verde, ma non era il momento di pensare alle tracce di natural-music. Bisognava solo pensare a come cavolo scampare a un arresto quasi sicuro.
Tra una quercia malata e un pioppo squartato Arnaldo iniziò a ripensare a come c'era finito dentro.
Era la mattina del 28 ottobre dell'anno prima e Arnaldo come al solito caricava e scaricava merce, pacchi su pacchi, scatoloni pesanti. Un lavoro infame, ma qualcuno doveva pur farlo. E non era neanche il direttore di quel postaccio, neanche un quadro o aiuto-di-sta-minchia... no lui scaricava e caricava. Punto. E il bello è che non si faceva mai domande e fu forse questo, adesso che ci pensava, ad averlo fottuto.
Il capo aveva una faccia da culo come pochi e Arnaldo lo odiava come non odiava altri. Il "boss", così lo chiamavano gli altri scaricatori, era un tipaccio, sudicio, che tentava di nascondere la cafoneria sotto uno strato di giacca e cravatta, ma rimaneva uno stronzo e un bastardo comunque. Lo si vedeva trattare con brutta gente e Arnaldo, da bravo coglione, era sempre stato zitto, e, ora che ci pensava, era stato probabilmente anche questo ad averlo fottuto.
Il capo andava e veniva con le sue mignottone e in Arnaldo si andava a creare un sentimento di odio sempre più grande, gli rodeva assistere a scene di quel tipo, una merda di uomo che grazie ai soldi, che a pensarci adesso erano più che sporchi, si poteva permettere scopate neanche di lusso, ma comunque scopate, scopate con troie di periferia, che magari gli venivano date come regalino per l'inizio delle trattative. E lui poveraccio con quello che guadagnava non si poteva permettere niente.
Intanto stava ancora scappando, i muscoli delle braccia quelli sì, ce li aveva, a furia di sollevare, ma quelli delle gambe iniziavano a farsi sentire. Fortuna che i pulotti non potevano lasciare andare i cani da soli, che a loro Arnaldo serviva intero.
Una siepe abbastanza alta di fronte a lui. Attimo di panico. A ore 3, a ore 9, niente uscita. Unica via, ore 12. Alla soundtrack si aggiungeva così il rumore dei passi pesanti, veloci, irrefrenabili, continui, regolari, stanchi. A ogni passo spaccava foglie secche, legnetti, siringhe, preservativi usati, fazzoletti sporchi e la fanghiglia si andava ad attaccare sulla suola, e le gambe si appesantivano pian piano. Solo un salto.
Non che il boss si fidasse di lui, questo no, insomma quelli come il capo non si fidano di nessuno. Ma Arnaldo era il più tranquillo. Non chiedeva mai nulla... era soprattutto questo, adesso che ci pensava, ad averlo fottuto.
"Arnaldo vieni", aveva urlato con voce arrogante e roca il boss.
"Per una settimana gestisci tu tutto. Io devo partire per affari. Per questi 7 giorni quindi tutto ciò che fai lo registri a nome tuo... è come se fossi un prestanome ok? Ora vado. Ho la nave fra poco. Mi fido di te"
E Arnaldo? Aveva detto che andava bene, anzi neanche, non aveva parlato, niente. Solo un cenno con la testa, solo un impercepibile movimento della fronte, come se avesse paura di qualcosa. Che minchione che era. E adesso che stava scappando se ne era accorto.
Doveva solo saltare, e così fece. E ce la fece. Nel salto però si era conficcato nel polpaccio destro un legno appuntito e non poteva toglierselo.. non poteva rallentare. L'infezione era ormai in circolo. Ma non gli importava. Intanto aveva guadagnato metri. I graffi che il salto aveva comportato erano innumerevoli, piccoli e sottili, ma tanti, davvero troppi. Le mosche gli si avvicinavano per leccargli le ferite, ma soprattutto, per depositarci dentro le uova. E tutti sanno cosa accade dopo che un animaletto di merda come una mosca ti deposita delle uova in una ferita. L'abbaiare dei cani era sceso di qualche decibel, ciò significava che per il momento avevo qualche minuto in più da vivere.

2 commenti:

Cami ha detto...

ale mi piace un sacco soprattutto il pezzo in cui dici "Il battito del cuore e il fiatone del fuggiascio, due suoni che imperterriti e senza soluzione di continuità rimbombavano nel bosco, creavano una soundtrack naturale"....ti stimo :D baci grazie del commento sul mio blog!

unavidalettricedialexeidosoiea ha detto...

...e la lianz ce la fa a leggerlo iuppiii
dopo ti dico che non sono in vena di commenti
:)

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